Cosa sappiamo oggi di digitale? È una domanda se vogliamo molto vaga, che lascia spazio a mille risposte. Di certo sappiamo che è un tema molto trasversale, che tocca buona parte di tutti i contesti professionali.

Anche quando parliamo di digital export, il tema oggi è molto ampio, molto citato e anche molto discusso.

Andiamo per gradi.

Il 2020 è stato un anno determinante per l’umanità e lo è stato anche per l’export. 

Nell’agosto 2020 il Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale (MAECI) ha emanato un decreto che destinava contributi a fondo perduto alle imprese che avessero implementato progetti di digital export, e con più precisione progetti di digital export management, cioè progetti gestiti da Temporary Export Manager (TEM) con competenze nell’utilizzo di pratiche e strumenti digitali.

Tali manager sono stati chiamati anche con il nome di Digital Temporary Export Manager (D TEM).

È inutile nasconderlo, da quel momento il decreto ha fatto come da cassa di risonanza e il termine digital export o digital export manager si è presto diffuso tra il pubblico imprenditoriale, generando un certo scompiglio.

Abbiamo assistito all’avvento di agenzie web che si sono spacciate per manager dell’export e, al contrario, manager dell’export spacciarsi per agenzie web, perdendo di vista l’unica cosa importante nel lavoro: il rispetto dell’identità professionale.

L’identità professionale è l’insieme di competenze che determinano cosa una persona o un’organizzazione sa fare bene, e cosa non sa fare bene (attenzione, non solo che “sa fare”, ma che sa fare “bene”).

In assenza di identità professionale nasce una corrente di “tuttologi” che è molto pericolosa per le imprese.

Il decreto del digital export ha dato il via anche ad un altro grande filone, e questa volta positivo, che è quello di poter ripensare l’attività di export in modo differente, con le aziende più propense al cambiamento e aperte all’introduzione di nuove metodologie o pratiche, viste fino a poco tempo fa in modo molto più sospettoso. 

Grazie a questo cambiamento culturale, fare export è diventato ancora più bello e interessante, perchè è sempre più possibile personalizzare e integrare progetti export con maggiori strumenti, soprattutto digitali, che vengono accettati dal mondo aziendale.

Alcuni esempi:

  • Video call con clienti o fornitori in tutto il mondo
  • L’utilizzo di piattaforme settoriali di matching, soprattutto b2b
  • Strumenti di analisi dei flussi delle merci che analizzano i migliori mercati esteri
  • La creazione di contenuti web che raccontino i punti di forza dell’azienda all’estero
  • L’utilizzo dei social per generare lead esteri 
  • Campagne Google mirate su determinati mercati esteri
  • ecc.

Tali strumenti digitali devono essere inseriti in una strategia export pensata e realizzata dal management, sia esso interno o esterno all’azienda.

Ma non basta…

la strategia deve essere elaborata da chi fa export tutti i giorni, come gli export manager o i Temporary Export Manager.

Non deve quindi essere suggerita da “digital expert” che sì, conoscono bene gli strumenti digitali, ma non il mercato estero di riferimento e il contesto che lo circonda.

La sterile applicazione di tali strumenti senza una linea strategica orientata all’export, risulta uno sperpero di denaro, fiducia ed energia molto pesante.

Si parla molto di persone e di professionalità, ma per applicare una corretta strategia è necessario collaborare con le persone giuste, che abbiano la propria identità professionale in linea con gli obiettivi export dell’azienda.

Per fare strategia export, soprattutto nel B2B, l’identità professionale richiesta e da coinvolgere a livello strategico è quella dell’export manager.

Spetta all’export manager capire in quali mercati poter applicare uno strumento digitale piuttosto che un altro, poiché la sua efficacia dipende dalla cultura del mercato, dalla concorrenza e dal settore in cui l’azienda opera.

In TEM ITALIA il concetto di identità professionale è esaltato al massimo. 

I Temporary Export Manager della Community hanno una identità professionale molto pronunciata; sono infatti specializzati nello sviluppo commerciale di specifici mercati esteri e determinati settori di produzione.

Inoltre, moltissimi manager della community sono specializzati anche nell’utilizzo di strumenti digitali per l’export progettati per il settore in cui operano, dalla meccanica, all’arredamento, all’architettura.

Rispettare la propria identità professionale significa quindi essere credibili.

Questo concetto vale soprattutto oggi, in un contesto in cui nuovi lavori stanno nascendo, la cui credibilità dipenderà sempre dalla competenza e dalla preparazione delle persone  che li offrono, con o senza digitale.

Damiano Santini

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