Le imprese esportatrici italiane sono sempre meno, con un saldo negativo dell’8%. Perché? Quali sono i motivi alla base di questo calo dell’export?

L’autunno sembra iniziato a colpi di record, ma non mi riferisco a quelli sportivi (che tanto bene fanno all’umore) bensì a quelli economici.

Nelle ultime settimane sui giornali, nelle sezioni dedicate, rimbalzano termini come “è boom di esportazioni”, “produzione: superate le performance pre-covid” e se ne continuano a leggere.

Se da un lato questi titoli fanno certamente bene all’umore, come lo sport, dall’altro non analizzano i dettagli.

Se da un lato questi titoli fanno bene certamente alla politica, dall’altro non fanno bene all’economia aziendale, perché sono fuorvianti.

Ci sono poi articoli meno “invasivi” e più analitici, come una recente analisi de Il Sole 24 Ore, pubblicato domenica 26 settembre 2021, che si intitola così: 

L’export torna al pre-Covid, ma calano gli esportatori (-8%)

Il Sole 24 Ore, 26 settembre 2021

L’articolo del Sole ci fa comprendere che i numeri, analizzati a livello generale, possono fornire un quadro positivo nell’immediato, ma devono essere sviscerati per comprendere i dettagli fondamentali sui quali riflettere.

Il calo dell’export riguarda soprattutto le piccole imprese

In un tessuto produttivo come quello italiano, in cui le piccole aziende sono la linfa dell’economia, è allarmante constatare che il numero di imprese esportatrici siano sempre meno (da 137.00 esportatori del 2019 a 126.000 esportatori di oggi); il saldo è negativo dell’8%.

Si tratta di un calo molto significativo che riguarda soprattutto le piccole imprese, che si aggiunge ad un contesto già anomalo, dove i due terzi delle esportazioni in valore totali italiane vengono effettuate solo da 18.000 imprese (su 137.000 totali), di cui una discreta parte di queste sono a controllo straniero, grandi aziende o multinazionali.

Le piccole imprese sono sempre meno considerate, anche se sono il futuro della nostra nazione, poiché danno reddito, comunità e servizi al territorio ma, soprattutto, meritano di essere maggiormente conosciute all’estero .

Inoltre, i recenti contributi statali previsti dal Patto per l’export hanno sostenuto le aziende più solide e non hanno portato quell’effetto desiderato, manifestato anche dalla stessa ICE, “..di allargare il numero di imprese esportatrici” 

Al momento, tale obiettivo non è stato raggiunto nemmeno con i contributi ma, al contrario, c’è stata un’ inversione di tendenza.

Così non va bene. 

La seconda riflessione che sorge spontanea dopo aver letto questi dati è: perché sono diminuite le aziende esportatrici?

La risposta è che mancano le competenze per esportare, soprattutto nelle piccole imprese.

Ma andiamo per gradi.

Certamente alcune aziende, anche medie o grandi, in questo periodo non sono sopravvissute per problemi più strutturali, come ad esempio le difficoltà nella gestione generale dell’azienda, la sottocapitalizzazione, l’eccessiva maturità di alcuni settori o la mancanza di innovazione.

Molte altre invece sono sopravvissute, ma sono tornate ad operare esclusivamente nel mercato domestico. Altre invece, in misura minore, hanno iniziato ad esportare.

Il saldo del numero di aziende esportatrici rimane comunque negativo (-8%).

Tralasciando le cause più strutturali, a mio avviso i principali motivi per cui si sta assistendo a questa inversione di tendenza sono in seguenti:

  • L’elevata competitività dei mercati esteri che richiede velocità e precisione 
  • La necessaria conoscenza delle nuove tecnologie digitali per l’export
  • L’importanza di comunicare al meglio e individuare l’interlocutore corretto

Se non si sviluppano tali competenze per l’export, non c’è prodotto “che tenga”.

Le aziende più strutturate normalmente detengono tali competenze all’interno del proprio ufficio export, mentre le piccole aziende spesso non le posseggono.

Il grande lavoro da fare è quindi sulle piccole imprese, le quali si devono saper dotare di competenze manageriali, anche “su richiesta”.

Le soluzioni ci sono, come ad esempio farsi affiancare da un TEM, ovvero un export manager “in affitto”, competente del settore in cui opera l’azienda, capace di fare sviluppo commerciale estero.

Tale soluzione, oltre a presentare vantaggi di costo non indifferenti, è una soluzione operativa e pronta all’uso.

Il compito di TEM ITALIA è esattamente questo: fornire managerialità per l’export, su misura e su richiesta, a seconda del settore, dei mercati e della natura di ogni azienda che voglia iniziare ad esportare o consolidare la propria esperienza all’estero.

La sfida che abbiamo di fronte è proprio questa: introdurre le giuste competenze per l’export nelle aziende che ne hanno più bisogno.

Certamente non è solo una questione di dimensione, ma le piccole aziende hanno la necessità di accedere a tali competenze, avendo tutto il diritto (e il dovere) di far conoscere il proprio marchio all’estero.

Questa inversione di tendenza è certamente possibile e oggi, a mio avviso, è spinta da una maggiore e rinnovata disponibilità delle piccole imprese a farsi aiutare.

Prima del Covid la piccola impresa nutriva un certo scetticismo nel farsi supportare da soggetti “terzi” o esterni, ma la pandemia ha generato maggiore consapevolezza (ed esigenza) di essere supportata da un management preparato, superando anche il classico rapporto di lavoro datore di lavoro – dipendente.

Damiano Santini

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