Pur non diffusamente menzionata fra le competenze trasversali, le cosiddette soft skill, la consapevolezza culturale si è guadagnata nel corso degli anni una posizione di riguardo, richiamata com’è in tutto ciò che oggi parla di apertura mentale, tolleranza, rispetto e inclusione

La parola “consapevolezza”, da sola, significa avere coscienza di quello che si fa.

La consapevolezza culturale invece rappresenta il fondamento della comunicazione, come qui sintetizzato, “Cultural awareness is the foundation of communication and it involves the ability of standing back from ourselves and becoming aware of our cultural values, beliefs and perceptions.”[1]
Sembra trattarsi di una sorta di estraniamento, direbbe Brecht, attraverso il quale cerchiamo di comprendere quello che c’è di buono nella persona che abbiamo di fronte, sia esso un amico, un parente o una persona con la quale si entri in relazione.

La consapevolezza culturale porta vantaggi (e buoni frutti), che non sempre riusciamo a cogliere nell’immediato. Comprendere l’interlocutore, non solo nella vita personale, nella dimensione familiare, ma anche nell’ambiente professionale, contribuisce alla riuscita di un’attività, a raggiungere un obiettivo, a concludere bene una trattativa d’affari, a giocare insomma una buona partita.

Non possedere la consapevolezza culturale, per essere più corretti non esercitarsi alla consapevolezza culturale, potrebbe creare qualche problema, qualche misunderstanding, il cosiddetto malinteso imprevisto.

Sarà capitato, interagendo con persone di lingue, culture e nazionalità diverse dalla nostra, di gesticolare o peggio ancora lasciarsi andare a qualche smorfia o ghigno del viso, senza malizia, accidentalmente. Una smorfia del viso, un gesto incontrollato, un’intonazione sbagliata, anche se in una lingua diversa da quella dell’interlocutore, sono sufficienti per gettare alle ortiche anni di lavoro.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”[2], ammoniva il Sommo Poeta. Per alimentare, per rendere sempre efficace ed efficiente la nostra consapevolezza culturale, vale la pena di leggere, leggere, leggere, informarsi, approfondire, in un’espressione “essere curiosi”.

Curiosità significa osservare, notare e ricordare, un po’ come fa Kim – nel romanzo di Rudyard Kipling (1901) – il tredicenne Kimball O’Hara, orfano di un sergente irlandese e di una madre indiana, che pur immerso nella cultura indiana, conserva tratti e caratteristiche della cultura europea. Grazie a questa sua duplice conoscenza sia delle consuetudini indiane che di quelle inglesi, Kim fa da ponte tra le due civiltà, muovendosi agevolmente come un cittadino di esperienza.

Preferisco quindi pensare che la consapevolezza culturale si apprenda copiando, con gli occhi, ascoltando attentamente, cogliendo sapori, profumi, sfumature, imparando ad esercitare sensibilità e gentilezza, quasi seguendo la dinamica di apprendimento di una lingua straniera.

Secondo Quartz https://qz.com un giornale online americano, è possibile acquisire le competenze interculturali fin da bambini, viaggiando all’estero. In tal modo, così riporta una ricerca della Columbia University, si eliminerebbe la visione egocentrica del mondo, aiutando i bambini ad aprirsi ad altre culture, ad imparare cortesia ed esercitare empatia, capendo come si vive in un ambiente con persone di cultura, religione, accento o colore della pelle diversi.


La cultura e il rispetto

La consapevolezza culturale rende più ricco il passaporto, con tanti “timbri” che non si vedono e aiuta a collezionare “sigilli” di pazienza, di attenzione, di capacità di adattamento, di comprensione delle differenze e di accettazione delle contaminazioni.

La consapevolezza culturale è fatta di accoglienza e di rispetto. Ho sempre considerato la vacanza all’estero un’occasione di apprendimento e di scambio, di baratto nel senso letterale del termine. Negli anni ho maturato l’opinione che esistono popoli maestri di turismo e di accoglienza, che non sono mera consuetudine o convenzione, ma espressioni di consapevolezza culturale, premurosi esercizi di stile.
Come quando capita di ritrovarsi a girare sperdutamente per una grande città e incontrare passanti premurosi che si attardano per dare aiuto o fornire informazioni.

Vorremmo tutti un Mondo “piccolo così”!

La consapevolezza culturale offre sempre un’altra prospettiva. Ti dà modo di leggere la realtà con occhi che non necessariamente sono i tuoi, sono quelli delle persone con le quali interagisci.

La comunicazione

Dietro la consapevolezza culturale c’è un fondamento importante: la comunicazione.

Scriveva Goethe: “Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura, tener conto delle informazioni che ci vengono date è cultura[3].

Senza comunicazione, dunque, perde senso tutto il resto. La comunicazione però è anche un atto creativo, come lo è quello di potersi stupire e di essere curiosi di fronte al nuovo, di poter interpretare con creatività ciò che vedi.

Ci sono famiglie italiane all’estero, che amano ritrovarsi periodicamente per imparare insieme a fare i ravioli o tortellini, sughi o dolci tipici, apprendendolo dai più anziani.
È un’ulteriore forma di consapevolezza culturale, radicata, diffusa e trasmissibile, basata sul meccanismo naturale della comunicazione.

Una questione di melange, singolare come il cappuccino elaborato del Cafè Sacher di Vienna, che ha bisogno di una preparazione certosina, accurata: lo sforzo richiesto per comprendere e interpretare la consapevolezza culturale.


Forse non ce ne siamo accorti, ma la consapevolezza culturale ce l’abbiamo tutti, nel DNA. Con la consapevolezza culturale cresciamo, la si apprende mentre cresciamo, la si comunica con i gesti, con i modi e con le parole, ma soprattutto è una competenza da condividere e da arricchire, una enciclopedia che ci portiamo dietro, traboccante di pagine da scrivere.

Rileggo Hemingway, simbolo dello scrittore vagabondo, che trova la sua dimensione e la tranquillità solo nel confronto con l’altro, il diverso, qualcuno che ancora non si conosce:


“When people talk listen completely. Don’t be thinking what you’re going to say. Most people never listen. Nor do they observe. You should be able to go into a room and when you come out know everything that you saw there and not only that. If that room gave you any feeling you should know exactly what it was that gave you that feeling.”

Allora in questi tempi di “normalità” da riscrivere, sarà un atto di coraggio e di determinazione tornare a imparare, educare “consapevolmente” all’arte della conoscenza e all’esercizio dell’accoglienza, muoversi da cavalieri di vecchio stampo, ma con nuovo lignaggio. Che sia questa quella sana e responsabile rivoluzione in cui (ri)conoscersi, scambiare esperienze – e competenze – pensarne di nuove, riscrivere regole di buon vicinato, aggiungere nuovi linguaggi e persino giocare un gioco completamente diverso?

Fausto Massioni è un Temporary Export Manager, si occupa di vendite internazionali e di export coaching. Lavora nella piccola media impresa, con un focus particolare nel campo dell’interior design e della meccanica, collaborando anche nell’ambito dei processi di internazionalizzazione. Parla quattro lingue, di cui almeno due apprese da autodidatta.

Si definisce un nomade, per passione e per professione.

È un Facilitatore Certificato nella Metodologia LEGO® SERIOUS PLAY®.


[1] “La consapevolezza culturale è la base della comunicazione e comprende la capacità di fare un passo indietro rispetto a noi stessi, assumendo consapevolezza dei nostri valori culturali, di ciò in cui crediamo e delle nostre percezioni.”,
Stephanie Quappe, Giovanna Cantatore, “What is Cultural Awareness, anyway? How do I build it?”
in
http://culturosity.com, 2005

[2] Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVI

[3] Johann Wolfgang von Goethe, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)

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